Alle origini della questione meridionale
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Chi furono i briganti? Gruppi di ladri, delinquenti pronti ad assaltare paesi e depredare ricchezze? Pericolosi sovversivi in grado di mettere in discussione la nuova autorità statale? Nel 1860 l’Italia meridionale era un territorio con migliaia di braccianti ridotti alla fame e che aspettavano con speranza un rinnovamento della società e delle loro condizioni di vita. Ma il nuovo governo era espressione della borghesia del Nord alleata con i proprietari terrieri del Sud e la promessa della tanto agognata riforma agraria fu presto elusa.
La rivolta popolare che ne scaturì, così come la sua pronta repressione da parte dell’esercito piemontese furono quanto di più drammatico la Storia italiana potesse esprimere. Una storia battezzata col sangue di migliaia di poveri in lotta per i propri diritti, aprendo difatti quel problema tuttora irrisolto che porta il nome di “Questione meridionale”
“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”
(Antonio Gramsci)
Tags: brigantaggio, Italia, questione meridionale, sud
L’epopea dei Florio tra impresa e Rinascimento
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Quando scende in campo, Ignazio sbalordisce tutti. È intelligente e capace. Acuto, aperto, brillante. Conosce le lingue perché ha girato l’ Europa e ha una certa cultura. Ma soprattutto ha le idee chiare: convinto sostenitore della coltivazione del suolo basata su principi razionali, crede nella cooperazione e si rivela subito un abile gestore delle risorse industriali e agricole accumulate dai suoi antenati a partire dal Settecento, quando Paolo, il capostipite, lasciò la Calabria e sbarcò a Palermo, dove impiantò una piccola ma redditizia drogheria. Ignazio sente su di sé tutto il peso di un’ eredità morale, oltre che economica, fuori dal comune. Suo nonno Vincenzo fu il primo geniale cavaliere dell’ industria siciliana. Suo padre lo ha seguito a ruota, consolidando le imprese fondate dal genitore nella seconda metà Ottocento. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1891, si ritrovò fra le mani un’immensa fortuna fondata su industrie, banche, cantieri navali, attività commerciali fra le più svariate, fonderie, tonnare, saline, cantine vinicole, e soprattutto il capitale di maggioranza della Società di Navigazione Italiana, una delle più grandi flotte di navigazione d’Europa. Adesso tocca a lui.
E con l’ aiuto della fortuna che, prima di voltargli definitivamente le spalle, all’ inizio gli sorride. Portano infatti la sua firma le più importanti iniziative imprenditoriali degli anni a cavallo fra Otto e Novecento: si pensi alla costituzione della società anglo-siciliana per lo zolfo e al Consorzio agrario siciliano. Ma si pensi anche all’ impulso dato all’ attività cantieristica navale palermitana, all’ avvio della Ceramica Florio, all’ attività del teatro Massimo di cui sarà per anni impresario (organizza stagioni liriche strepitose e dimostra di avere fiuto scritturando un giovanissimo e ancora sconosciuto tenore napoletano di nome Enrico Caruso), alla ricostruzione di Villa Igiea, alla produzione di vino e cognac, al commercio di scatolame e alla fondazione del giornale “L’ Ora”. Ma l’ armatore palermitano trova anche il tempo e la voglia per dedicarsi alla beneficenza: sborsa 200 mila lire per realizzare l’ Istituto dei ciechi e decide di stabilirne la sede a Villa del Pigno, un fabbricato di sua proprietà in via Carlo d’ Angiò, vicino al Monte Pellegrino.
Nel 1908, quando Messina viene distrutta dal terremoto, non ci pensa due volte a salpare da Palermo riempiendo il suo yacht – il Sultana – di medicine, cibo e vestiti: poi, una volta sul posto, si rimbocca le maniche e scava sotto le macerie per liberare i superstiti. è un industriale capace di sinceri slanci d’ altruismo. Ha classe: stregato dalla moda maschile inglese, si fa confezionare gli abiti direttamente a Londra, dalla rinomata sartoria Meyer e Mortimer. Ama il mare ed è un esperto marinaio, tanto che trascorre il tempo libero veleggiando col suo cutter “Ettore Fieramosca”.
Ma fra tutti gli interessi che coltiva, il preferito rimane quello per le belle donne. La sua passione per il gentil sesso non viene scalfita dalle piccole bare bianche che vedrà entrare e uscire dalla sua casa all’ Olivuzza né, tantomeno, dalle spaventose scenate di gelosia che gli riserva sua moglie.

Giovanni Boldini - Donna Franca Florio
La bellissima palermitana Franca Jacona di San Giuliano, sposata nel 1893, avvenente protagonista della belle époque internazionale, figlia del barone Pietro Jacona e di Costanza Notarbartolo, della quale s’ invaghiscono artisti, musicisti, poeti, banchieri, imperatori e principi di mezza Europa. Capelli neri, occhi verdi, carnagione olivastra, portamento regale: i suoi concittadini la chiamano “la Regina di Palermo”, il Kaiser Guglielmo II le appiccica l’ etichetta di “Stella d’ Italia”, Vittorio Emanuele di Savoia la corteggia, D’ Annunzio la riempie di lettere e regali, e Giovanni Boldini, pittore famoso per i ritratti femminili, ne immortala la figura in un sinuoso dipinto (che però – come racconta Anna Pomar nella biografia di Donna Franca – non piace a Ignazio, che giudica «troppo serpentina» la posa della moglie).
Ma Ignazio, che non è soltanto un viveur gaudente e scanzonato, ha uno scopo ben preciso (e in questo il fascino di Franca gli è di grande aiuto): attirare attenzione e capitali nelle imprese del gruppo, europeizzare Palermo e la Sicilia, intessendo una fitta rete di amicizie autorevoli e potenti. Ancora non sa che il suo sogno mediterraneo è destinato a rimanere tale per sempre. Ma tant’ è: in quegli anni Palermo è davvero una metropoli, il centro di incontro dell’ élite cosmopolita. Davanti al Massimo passano automobili di lusso e dame ingioiellate con lunghi bocchini fra le dita, studiosi di tutta Europa si interessano alle rarissime piante tropicali coltivate nell’ Orto Botanico, trionfano le arti decorative, la sera si spalancano i saloni dei più sontuosi palazzi dell’ aristocrazia cittadina (nelle terrazze di Palazzo Butera si organizzano feste da favola), i salotti della borghesia imprenditoriale ospitano pranzi luculliani, concerti e conferenze, sfilate di moda e riunioni di beneficenza. Nei viali della Marina sfilano eleganti carrozze e dal marciapiede i camerieri servono gelati di torrone e pistacchio alle signore chiuse nei loro landeaux. Ville liberty e giardini fioriti da un lato. E dall’ altro miseria e squallidi alloggi popolari, strade strette e piene di mendicanti puzzolenti. è anche questa, Palermo, all’ inizio del secolo scorso. Mentre vive l’ illusione di quel riscatto economico e sociale della Sicilia che l’ Esposizione nazionale del 1891 gli ha fatto sentire vicino, Ignazio si vede costretto a fare i conti con la morte dei figli. Nel giro di pochi anni ne perde tre (gli rimangono Igiea e Giulia): Giovannuzza con la meningite, Ignazino “Baby Boy” non si sa come (forse per una caduta dal letto, forse per colpa della bambinaia), e Giacobina subito dopo il parto. Donna Franca è distrutta, Ignazio più di lei. Anche perché “Baby Boy” era il suo orgoglio, l’ erede maschio che avrebbe continuato la dinastia. Ma questa è una dinastia che non ha futuro, e Ignazio lo capirà dopo pochi anni.
Perché crollò l’ impero dei Florio? Di chi fu la colpa? Di Giolitti e delle sue scelte politiche? Dei gruppi imprenditoriali del Nord? Dell’ avvento del Fascismo? Dell’ intervento della Banca Commerciale?
Una cosa è certa: i progetti di Ignazio a un certo punto falliscono, le attività chiudono una dopo l’ altra, una terribile maledizione sembra essersi abbattuta su di lui. Si ritrova solo: sente di non meritare tutto ciò, sa di essere sempre stato un uomo onesto. Sempre pronto a tendere quella mano che ora nessuno gli tende. Siamo nel 1935: Ignazio è costretto a lasciare l’ appartamento di via Piemonte a Roma, dove abita da qualche anno. Avvilito, angosciato, nervoso. Licenzia la servitù e si trasferisce con la moglie in un alberghetto di Porta Pinciana. I gioielli di Donna Franca vengono venduti all’ asta, i mobili e gli immobili di Casa Florio vanno al pubblico incanto. Dolorosissimi inventari, riunioni estenuanti, operazioni bancarie disperate. Franca si trasferisce a Firenze da un’ amica, Ignazio rimane a Roma. E’ un uomo finito. Apatico. Non lo scuote la partenza dei Sovrani, la nascita della repubblica e il nuovo assetto democratico lo lasciano indifferente. Soffre soltanto per la scomparsa di Donna Franca, la sua donna, che muore nel 1950 a Migliarino Pisano e che lui non vuole vedere stesa sul letto di morte: di morti ne ha visti abbastanza.
Ormai Ignazio è vecchio e completamente sordo. Il tempo sta per scadere. Decide di tornare a Palermo: vuole morire dov’ è nato. E nella villa dei Colli, ospite di un nipote acquisito, chiude gli occhi il 19 settembre di cinquant’ anni fa.
Salvatore Falzone
Tags: cultura, Florio, impresa, rinascimento
Una poesia per elogiare il gusto della lentezza
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Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicino al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora
Almeno per un momento
Guarda il bambino che passa
tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano
in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti
come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti
non sarà mai perduto.
Roberto Roversi
Tags: bellezza, lentezza, mare, pensiero meridiano
Tornare al Sud
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Ogni 50 anni il sud è afflitto da imponenti processi di emigrazione. Agli inizi del secolo scorso si partiva per le Americhe per sfuggire dalla morsa di una povertà materiale che neanche l’Unità d’Italia era riuscita ad attenuare in 50 anni di amministrazione e di promesse tragicamente tradite. Dagli anni ’50 si assiste al secondo flusso migratorio soprattutto verso l’Europa delle grandi democrazie affermate. L’attrazione questa volta è determinata dalle sirene dello sviluppo economico, dalle enormi possibilità di vedersi riconosciuti i frutti del proprio lavoro, un fondamentale bisogno di libertà e uguaglianza, anche questa volta concetti troppo lontani per una Repubblica attanagliata dal malaffare delle sue classi dirigenti, spesso trasformato in violenza di Stato e di classe.
Ancora oggi si parte, e a dettare il bisogno sono sempre quelle condizioni economiche fortemente desiderate, quel diritto a un lavoro giusto e garantito che è sinonimo di dignità umana. Le migrazioni di oggi sono migrazioni ad alto contenuto tecnico, d’altronde la tecnologia insieme ai servizi ha sostituito da qualche decennio l’industria come settore trainante, segnando lo sviluppo nella nostra epoca.
Quella del sud è forza lavoro sempre pronta per ogni fase storica del capitalismo. Una civiltà votata a soggetto fondamentale all’interno del processo di produzione di merci e servizi.
Nel momento in cui ci si libererà di questo pensiero troppo spesso incline allo sfruttamento e all’alienazione, troppo inconsistente per donare agli uomini quella pienezza del vivere, residualmente barattata per poche migliaia di euro, bene che vada, e una vita spesa per il lavoro, forse assisteremo a una storica inversione di tendenza. Il Mediterraneo potrebbe davvero diventare la meta di un ritorno, in cui le radici servono a stabilire le identità in cui credere, i frutti della terra ciò per cui vale la pena lavorare, le relazioni umane la cosa più bella per cui spendersi ed emozionarsi. Tornare al Sud è tornare a un sentimento diverso che fa della vita non soltanto un insieme di condizioni materiali da soddisfare, ma un’ esperienza unica, di passioni ed emozioni da celebrare.
Tags: emigrazione, lavoro, mediterraneo, sud, sviluppo
Il Mediterraneo di Fabrizio De Andrè
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Una volta superata la dimensione politica e impegnata degli anni giovanili, che comunque non verrà mai definitivamente abbandonata, il cantautore genovese trova nella scoperta e nell’esplorazione del dialetto un modo per recuperare la storia della sua gente e della sua cultura. De André arriva al genovese attraverso una lunga ricerca dentro se stesso, volta soprattutto ad appagare quella che definisce una “voglia primordiale”: il desiderio di ricongiungersi con le proprie radici.
La Genova cui allude la ricerca linguistica di De André, è una città inesistente, con una realtà filtrata attraverso la storia, ma non attuale. È la Genova portuale, la Genova delle colonie, del Mar Nero, del Mediterraneo: “la sorella dell’Islam”. L’uso del genovese ha quindi un valore soprattutto evocativo, di sonorità orientali e di una Genova più sognata che vera.
De André si diceva affascinato dalla ricchezza linguistica del genovese, che, nella sua mescolanza di termini turchi e arabi, conserva la memoria dei traffici mercantili e della vocazione mediterranea della città.
Attraverso un viaggio che lo porterà attraverso vari porti del Mediterraneo scopre poi che le sue radici non sono altro che le radici comuni della civiltà mediterranea rintracciabili ben oltre la differenza dei linguaggi, del vivere il sentimento religioso, delle altre forme istituzionali di cui questi popoli si sono dotati nel corso dei secoli.
La radice del sentimento comune, i modi di vivere e di rapportarsi tra le culture, le passioni che segnano una propensione spontanea verso la vita e al tempo stesso consapevole delle difficoltà e delle fatiche del lavoro, sono i veri elementi che De Andrè cerca di evocare con le sue parole. Il mezzo è il dialetto, il contenuto sono le storie di uomini e donne che dalla Liguria alla Palestina sorridono delle stesse gioie e soffrono degli stessi dolori, e trovano nel mare la stesso motivo di conoscenza e di confronto, di libertà e di cambiamento.
Tags: De Andrè, dialetti, Genova, mare, mediterraneo, musica
Tristi centri
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Che cosa sono diventati i centri storici delle nostre città. Luoghi finti, rimessi a nuovo per il passeggio domenicale, vetrine per turisti in cerca del luogo del film o della cartolina, comodi accessi per lo shopping consumistico in cui l’insegna, spudorata, si prende gioco dell’arte architettonica di un portico, di una facciata barocca o neo-classica. I cortili, antichi luoghi di aggregazione e di buon vicinato, privatizzati e dotati di maestose cancellate, telecamere a circuito chiuso, arroganti porte blindate, blindate con stile.
Ma ciò che più colpisce dei centri storici, quando arriva la sera che le attività commerciali si fermano, quando il turista torna nel suo albergo più stanco e più ignorante di prima, quando le famiglie si distraggono con i programmi televisivi della seconda serata… ciò che più colpisce sono le finestre chiuse e le luci spente. Sì perchè le speculazioni immobiliari hanno reso le abitazioni del centro storico sedi di importanti uffici, studi di professionisti e di rappresentanza, in pochi casi appartamenti di personalità affermate della città che comunque sono sempre altrove, per congressi, per vacanze premio, per lavoro o magari usano la casa in centro come avamposto per godersi la festa nel giorno della santa patrona.
La gente è altrove, deportata nel corso degli anni attraverso piani di salute pubblica e di risanamento, in squallide periferie senza piazze e senza servizi, dove regna il cemento e l’abbandono. I più bei centri storici delle più stupende città italiane sono stati svuotati dell’umanità pittoresca e rumorosa dei suoi abitanti più veri. Da Trastevere a Bari vecchia, dai Sassi di Matera ai vicoli di Genova, il canto delle donne, gli indumenti stesi ad asciugare, le tavolate allegre per cui si riuniva il vicinato in convivialità sono immagini di un mondo cancellato.
Alcune città hanno resistito. Napoli è l’esempio più straordinario di come il suo cuore autenticamente popolare doni a ai suoi vicoli una magia unica che speriamo non si esaurisca mai e trovi rinnovata forza per comunicare ancora nuova autentica umana bellezza.
Tags: città mediterranee, Napoli, popolo
Lavorare con lentezza (omaggio a Enzo Del Re)
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Questo post non verrà commentato perchè …io…
Tengo ‘na voglia ‘na voglia e fa…nienteeee
Tags: lavoro, lentezza, modernità, pensiero meridiano
Comunicazione. Approssimazione
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Da anni siamo stati abituati a una comunicazione di tipo lineare, diretta, precisa. Il linguaggio che riempie anche gli interstizi del nostro quotidiano comunicare è il linguaggio della produzione e della burocrazia, dell’industria e dell’amministrazione. Il messaggio arriva dall’alto, attraverso i mezzi di comunicazione, inattaccabile e imprescindibile, non un’insicurezza, non una negoziazione, nessuno spazio all’approssimazione perchè chiarezza e precisione sono sinonimi di potere.
Forse da qualche tempo a questa parte non abbiamo assorbito altro che un linguaggio duro, funzionale, chiuso ad ogni tipo di interlocuzione. Ci ha plasmato l’industria, nei nostri rapporti col mondo e nei rapporti con le persone, ognuno nel suo piccolo custode del proprio messaggio e limitato nell’esperienza con l’altro. Professionali. Mondi individuali senza sintesi alla ricerca del proprio obbiettivo.
Eppure per definizione, la comunicazione è condivisione, rapporto con l’altro, con la diversità. L’incompletezza spinge all’arricchimento, invita alla partecipazione e l’approssimazione, più che un difetto, è una meravigliosa possibilità di esperienza, inesauribile perchè aperta a tutti, calda perchè invita alla relazione. Deve essere bello ripensare una comunicazione diversa, in cui la linea retta lascia il posto alla curva, in cui la certezza arrogante del professionista si apra al dubbio e alla ricerca dell’artista errante.
Ridare senso al linguaggio significa proprio riportarlo entro i binari della socialità, liberarlo dai vincoli oppressivi dei ruoli e delle certezze dogmatiche, fare in modo che riacquisti quella qualità essenziale per cui comunicazione e comunità hanno la stessa radice.
Tags: comunicazione, pensiero meridiano
Il futuro ha un cuore antico
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Si torna a parlare di Unità d’Italia in previsione dei festeggiamenti del 150° anniversario proprio in un momento storico di grande difficoltà per i sentimenti nazionali e l’avanzata progressiva di istanze regionali più o meno retoriche non fa che accelerare questa crisi. Mai come ora sembra in bilico l’idea stessa di Stato nazionale, attaccato da una parte da un’opinione pubblica sempre più scettica e desiderosa di un più limpido rapporto con la cosa pubblica, dall’altro da una visione folklorico-politica precisa che mira, attraverso il federalismo, a ottenere un’avida supremazia economica, miope verso quelle componenti esterne che contribuiscono a tale predominio.
Non sarà facile disfarci di 150 anni di Storia patria, non sarà facile proporre un modello di cambiamento sociale e politico così drastico se esso non sarà supportato da un reale senso civico a costruzione del futuro e che affonda le proprie radici in una nuova cultura, un nuovo Umanesimo. Si sente troppo facilmente parlare di prospettive regionaliste, autonomiste, localiste, ma essi sono termini vuoti, puro trasformismo politico, se non vengono accompagnati a sentimenti nuovi e a modelli culturali e sociali differenti.
Cominciare a costruire da subito l’impalcatura di questa nuova cultura, magari attraverso un’analisi storica essenziale e depurata da pretestuose forme ideologiche, è il primo passo. Ripristinare la verità storica di ciò che è stato è un diritto inalienabile, chiedere questa Verità con coraggio è un dovere da parte di tutti noi.
Tags: cultura, futuro, Italia, questione meridionale, verità
La Sicilia come metafora
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Il più grande peccato della Sicilia è stato ed è sempre quello di non credere nelle idee. Qui che le idee muovono il mondo non si è mai creduto. Ci sono naturalmente delle ragioni, ragioni di storia, di esperienze, però è questo che ha impedito sempre alla Sicilia di andare avanti. Il credere che il mondo non potrà mai essere diverso da com’è stato. Ora, siccome questa sfiducia nelle idee, anzi questa mancanza di idee ormai si proietta su tutto il mondo, in questo senso per me la Sicilia ne è diventata la metafora.
Leonardo Sciascia
Sulla Sicilia si gioca la battaglia più importante per il futuro dell’Italia e delle regioni del Sud. Baluardo delle maggioranze parlamentari nazionali per 50 anni,ma da sempre afflitta dai suoi mali atavici, sembra saper contenerli e sopportarli con pazienza per esplodere poi, come il suo vulcano, in espressioni di rara bellezza e slanci di autentica passione. Secoli di dominazioni hanno prodotto il fiorire di forme artistiche straordinarie e irripetibili, secoli di vessazioni hanno permesso la nascita di movimenti spontanei di emancipazione sociale a difesa dei diritti e del lavoro, come le esperienze dei Fasci siciliani, decenni di oppressione mafiosa hanno portato alla implacabile coscienza del suo popolo manifestatasi a volte attraverso la scrittura raffinata dei suoi letterati, altre volte attraverso le eroiche vite dei suoi figli spese per la Giustizia.
Ora, dopo anni di malversazioni e malapolitica, di inciuci e compromessi, di corruzioni e inettitudini, cosa avrà in serbo per noi? In quale forma si esprimerà la rabbia repressa di un popolo che ha da sempre incamerato violenza per restituire passione. Prepariamoci a una nuova prossima eruzione di rara intensità e spettacolare entusiasmo, magari questa volta non sia la volta buona per coprire per sempre il male e ricominciare.
Tags: mafia, passione, rinascita, Sciascia, Sicilia, speranza
